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Stefano Bettera si racconta attraverso la nostra intervista

Stefano Bettera si racconta attraverso la nostra intervista

Stefano Davide Bettera, scrittore, giornalista, direttore responsabile di Connessioni.
Il Corriere della Sera lo ha inserito nella collana di libri sulla meditazione e la mindfulness come uno tra i venti autori internazionali più significativi. Conosciamolo insieme

Quali sono state le esperienze più significative della tua vita?

Iniziando dai tempi del liceo, che sono quelli che racconto nel libro “Il Buddha era una persona concreta”, edito da Rizzoli, sono state esperienze di vario tipo che risalgono ai tempi della scuola.
Sono stati anni di avvicinamento a determinati temi che poi hanno segnato il mio sviluppo personale e culturale, come ad esempio l’incontro con la filosofia greca, piuttosto che il primo approccio con il buddhismo, grazie a persone che conoscevo all’epoca.
Soprattutto poi mi hanno segnato molto i viaggi che avevo cominciato a fare in quell’epoca, specie in Grecia dove sono stato più volte, avevo un grande amore per quella terra. Poi sono stato anche in giro per l’Europa, l’Africa e l’America. Come per tutti, la dimensione del viaggio è stata un’occasione di scoperta e di confronto che mi ha permesso di aprire il cervello – e che me lo permette anche oggi – e di conoscere punti di vista diversi, luoghi diversi, di comprendere come vivono le persone in posti che non sono i miei.
Questo tipo di approccio alla vita è una cosa che mi sono portato dietro fin da quando ero ragazzo e che ancora oggi, che sono una persona sempre con la valigia in mano, tra un aeroplano e l’altro, è una passione che ancora non mi è assolutamente passata.

Devo dire poi che l’incontro che ha cambiato radicalmente il modo di vivere le esperienze, di rapportarmi con gli altri, di concepire ed affrontare anche le esperienze più traumatiche, è stato sicuramente quello con la pratica Buddhista, che aldilà degli aspetti più religiosi, per me ha sempre rappresentato sostanzialmente uno strumento per sviluppare una diversa sensibilità nei confronti delle cose. E come tante persone che hanno iniziato il loro percorso all’interno di questo mondo, anch’io sono andato a tentoni, a tentativi.
Devo dire che gli incontri che hanno più caratterizzato questa mia esperienza sono stati due: in primis quello con un grande maestro Zen americano che si chiamava Bernie Glassman (morto un anno fa), fondatore dello Zen Peacemakers International. Bernie ha portato in modo molto forte, questa idea di pratica all’interno dell’impegno sociale, confrontandosi attivamente con il disagio, la sofferenza, le problematicità. Poi con Stephem Batchelor, scrittore, pensatore e insegnante di meditazione. Stephen è stato prima monaco tibetano poi monaco Zen. Ha fondato una realtà di studio sui testi buddhisti antichi che si chiama Bodhi College In Inghilterra. Oggi lo considero un amico oltre che una figura importante nel mio percorso.

Bernie Glassman quando lo hai conosciuto?

Ho conosciuto Bernie Glassman all’inizio degli anni 2000 quando lo invitammo a Torino a tenere un workshop sul suo modello di pratica Buddhista fondato su il Buddhismo Sociale. Poi lo frequentai anche all’estero.
Anche quello fu un incontro folgorante. Quella dell’estero è una forma mentis, tanto è vero che io sono anche all’interno dell’Unione Buddhista Europea, non a caso perché ho una certa familiarità con questi mondi oltre confine.
Glassman e Batchelor sono le due figure che più mi hanno influenzato nel mio percorso. Tutte e due di origine anglosassone.

Tornando ai miei tanti percorsi, come per tanti nel periodo del liceo e dell’università, c’è stata l’esperienza della politica: l’impegno nei movimenti studenteschi con il classico spirito rivoluzionario che abbiamo tutti a 20 anni. Tutti da giovani abbiamo il desiderio di cambiare il mondo, un po’ come sta succedendo oggi. L’impegno ambientalista è sempre stato un altro dei life-motive della mia vita ed è stata una cosa che ho sentito molto forte.
Per tornare alla tua domanda, le esperienze sono state tante. Diciamo che se devo trovare una sorta di coerenza in tutti questi percorsi la riconosco nel volerli vivere tutti con estrema libertà ed estrema autenticità. Questo è sempre stato il metro che ho cercato di utilizzare nei momenti in cui incontravo culture, idee, personaggi ed esperienze più o meno piacevoli nella mia vita.

Puoi parlarci del tuo primissimo approccio con il buddhismo? Come l’hai conosciuto? Come è nato questo interesse?

In realtà, quella per il buddhismo, è una propensione che penso di avere avuto sempre. C’è da dire che non ho avuto una educazione cattolica anzi…. C’è un aneddoto che mi piace raccontare sempre di quando io ero in prima elementare e chiamarono mia madre disperati da scuola perché durante l’ora di religione martellavo di domande la mia maestra fino a farla piangere. A me interessava capire le cose. Se c’è un modo per farmi fare esattamente il contrario di quello che si vorrebbe facessi è dirmi che le cose stanno così e che si deve fare in un unico modo e basta.
Questo spirito di continua e costante interrogazione ho scoperto essere lo spirito tipico della filosofia e dell’insegnamento della religione Buddhista. Il mio incontro con il buddhismo è stato, da un certo punto di vista, casuale perché, il primo centro Buddhista italiano lo aprirono alla fine degli anni 70 a pochi metri da dove abitavo io. Per cui io iniziai a vedere uscire questi monaci e, fin da ragazzino, ero incuriosito da queste persone.
Inoltre, io sono cresciuto in una famiglia aperta ad amicizie con persone di culture diverse. I miei genitori avevano amici africani, del Gabon, colleghi di mio padre che vennero a visitarci la prima volta quando io avevo circa 3 anni.

Inizialmente ricordo di essere stato un po’incuriosito, ma poi il rapporto è diventato subito estremamente naturale. Sono cresciuto in una famiglia dove l’incontro con il “diverso” era all’ordine del giorno: ebrei, mormoni, ecc. “Incuriosirmi” era un fatto normale. Sentivo che si trattava di persone e situazioni alle quali mi sentivo affine.
Per venire poi a tempi più recenti, la prima volta che il Dalai Lama venne in Italia, erano gli anni 90, decisi di andare a sentire quello che diceva per cercare di capirne un po’ di più e approfondire. Sentirlo parlare fu folgorante, pur non essendo mai stato il buddhismo tibetano nella mia tradizione buddhista, l’impatto con il Dalai Lama fu talmente forte che iniziai a pensare di praticare e di seguire questa strada in modo più concreto.
Da lì possiamo tornare ad oggi, tenendo presente che io, più che altro, ho frequentato maestri e comunità all’estero.
Devo dire con tutta onestà che, nonostante io oggi sia parte della Comunità Buddhista Italiana, e che quindi oggi frequenti di più questo mondo rispetto ad allora, per lunghi anni ho sempre avuto a che fare con le comunità del mondo anglosassone. Negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Australia o Nuova Zelanda il buddhismo è arrivato molto prima che da noi, per motivi coloniali, culturali, ecc. Lì siamo ai buddhisti di quarta generazione cioè insegnanti nati buddhisti. È stato molto facile per me, rivolgermi a quel mondo che ho sempre sentito molto in sintonia con il mio approccio e la mia personalità.

Ci puoi spiegare in maniera semplice in cosa consiste la differenza tra il Buddhismo in Italia e la corrente anglosassone? L’impegno sociale, per esempio, lo ritieni più consistente o magari c’è un’altra peculiarità?

Secondo me sono due gli elementi: il primo è una maggiore consapevolezza del fatto che il Buddhismo in Occidente ha una storia che nei paesi anglosassoni è radicata da molto più tempo. Qui, proprio per un fatto di matrice coloniale, venivano importati anche aspetti di carattere religioso, filosofico e culturale grazie alla presenza già dalla fine del 1800 di importanti comunità di orientali. Per questo la conoscenza del Buddhismo è molto più precoce che da noi. Il buddhismo italiano è un fenomeno relativamente recente che ha una quarantina d’anni, anni che, per una filosofia e una religione che ha 2500 anni sono un po’ pochi. Negli Stati Uniti o in Inghilterra il buddhismo ha una storia di quasi 150 anni, per cui ha avuto il tempo e l’opportunità di affrontare determinate dinamiche che vengono fuori dall’incontro con la cultura occidentale.
Non dimentichiamoci poi che l’Italia è un paese con una matrice cattolica molto forte, che sicuramente, ha avuto, anche per altri paesi del bacino del Mediterraneo, la funzione di freno.
Però anche qui oggi sta succedendo quello che in altri paesi è successo all’inizio del 900: la società che si apriva e sentiva l’esigenza di verificare altre visioni del mondo.

Il secondo elemento e indiscutibilmente una maggiore porosità dal punto di vista della cultura, soprattutto americana, che non avendo una struttura culturale dominante su tutte le altre, ma essendo sostanzialmente un melting-pot di culture, ha aperto le braccia al buddhismo, come ha fatto con altri culti ed altre religioni, senza che ci fosse nessun tipo di ostacolo. Oggi il Buddhismo negli Stati Uniti è la seconda religione praticata da decine di milioni di persone.
Se tu pensi che in tutta l’Europa i buddhisti saranno 3-4 milioni, degli Stati Uniti questa cifra è molto più alta. Quindi questo vuol dire anche la possibilità di avere centri molto più frequentati, di avere strutture molto più organizzate e tanto altro.
Il buddhismo italiano sta facendo tanti passi importanti, in particolare l’Unione Buddhista Italiana (UBI) sta facendo un grosso lavoro di organizzazione, di modernizzazione e di diffusione di strumenti di conoscenza. Il processo è in atto.

Vorrei parlare adesso del tuo “mestiere” di scrittore, hai sempre avuto un’inclinazione per la scrittura, oppure c’è stato un momento particolare in cui tu hai deciso di diventare scrittore?

Sono vere entrambe le cose, nel senso che io ho sempre scritto fin da quando ero molto giovane. Quando ero piccolo, credo alle elementari, dissi ai miei genitori: “voglio fare il liceo classico per diventare giornalista e scrivere”. Venendo io da una famiglia semplice, che non apparteneva alla cosiddetta classe colta, mi assecondarono, anche perché, una volta che mi mettevo in testa una cosa, difficilmente cambiavo idea. Con tutte le difficoltà del caso, scelsi questa strada. La scrittura è stata sempre una cosa molto presente: iniziai fin da giovane a scrivere canzoni, poesie, le cose che fanno in tanti quando sono ragazzi. Questo rappresentò il mio primo avvicinamento alla scrittura. All’epoca suonavo la chitarra che ora, come si suol dire, ho appeso al chiodo, sia per motivi di tempo che di onestà nei confronti di me stesso. Poi ad un certo punto ho capito che quel tipo di vita non faceva per me e, dalla mattina alla sera, decisi di smettere. Anche se continuo ad amare la musica, questa però non rappresenta più qualcosa in cui voglio impegnare la mia vena creativa, anche se è durata per anni. Ad un certo punto ho sentito l’esigenza di scrivere il modo più strutturato. Nel 1996 (avevo 30 anni) pubblicai il mio primo libro di racconti, con Mursia. Erano storie ambientate a Milano, vissute viaggiando in taxi per la città, si chiamava “Taxistories”.

Poi per anni scrissi cose diverse, anche sul teatro ecc., ma non pubblicai più nulla fino a circa il 2010, quando pubblicai il primo saggio che aveva a che fare con il tema dell’emigrazione e dell’ambiente e che veniva fuori da un mio impegno ambientalista deciso. Fu il mio ritorno alla scrittura intesa come scrittura non da giornalista. Nel frattempo avevo lavorato per riviste, giornali, uffici stampa. Dopo questo periodo decisi di dedicarmi alla scrittura in modo continuativo e da qui sono nati i quattro libri pubblicati dal 2017 ad oggi. I primi due “Felice come un Buddha” e “Fai la cosa giusta”, pubblicati da Morellini nella collana di Yoga Journal , cui è seguito un altro testo scritto con due amici romani, Massimo Paradiso e Stefano Ventura, “Karma polis. Da Bauman a Buddha e ritorno. Per un’etica che restituisca valore alle relazioni umane” pubblicato da Franco Angeli, un saggio universitario sul Buddhismo nella società moderna.

A maggio è stato pubblicato il libro “Il Buddha era una persona concreta” edito da Rizzoli che inizia a essere un libro di scrittura più narrativa, più intima anche se c’è una parte di ragionamento che, però, è molto più presente nei libri precedenti. In realtà anche la vena narrativa c’è sempre stata, sia nei libri che nelle canzoni e nelle poesie.
Forse inizialmente c’era bisogno di testimoniare un percorso personale, un impegno, una filosofia, una visione del mondo piuttosto. Ad un certo punto quando scrissi la prima bozza di questo libro, la mia editor mi disse con grande coraggio: “Ho letto, è scritto molto bene, però riscrivilo perché manchi tu, sei nascosto. Devi trovare il coraggio di parlare di te, perché, solo se parli di te, riesci a trasmettere il calore di un’esperienza”. Fu coraggiosa ed aveva perfettamente ragione. Io non sono uno particolarmente geloso delle proprie idee e delle proprie scelte, per cui se qualcuno che stimo mi indica una strada che mi permette di essere più efficace e di migliorare il lavoro che sto facendo, sono felice.

Credo che la pratica Buddhista abbia contribuito molto a ragionare in questa prospettiva.
Ecco perché io non riesco a legarla da una narrazione personale non perché io sia particolarmente legato al fatto di dire “io sono Buddhista!”, cosa che non mi importa molto, ma per il fatto che questo ormai è diventato un modo di vedere il mondo. Anche quando scrivo per me è una forma di pratica, perché comunque è una immersione in quello che sono, in quello che vivo. La scrittura, è comunque anche una pratica psicanalitica di rilettura di tante cose. Per cui la scrittura narrativa è sorta come modo di narrare ed è il motivo per cui io sono sempre meno disponibile alla scrittura giornalistica che mi interessa sempre meno.

A quale dei due libri ti senti più legato e perché?

I libri come figli e quindi li ami tutti ovviamente. Diciamo che “Felice come un Buddha”, che è stato il libro di esordio editoriale (i primi due sono stati dei tentativi) lo considero come il mio primo “figlio”. Tra l’altro è stato un best seller che ha venduto molto ed è stato inserito nella collana del Corriere della Sera, uscita quest’anno con i 15 libri più significativi in ambito della meditazione a livello mondiale. Per me questo è il libro che mi ha fatto diventare una “figura pubblica”, anche se il termine non mi piace. Però posso dire che ha definito i miei contorni, per cui oggi posso dire di essere un giornalista, ma soprattutto un autore, che è l’impegno che sento più profondamente mio.

Perché hai accettato di diventare il direttore di Connessioni? Cosa ti è piaciuto? Già ci conoscevi?

Innanzi tutto mi ha colpito il titolo. Io credo nelle Connessioni, che sono un aspetto della filosofia Buddhista. C’è una parabola del dio Indra che aveva una rete in cui in ogni nodo della rete era infilata una perla che rifletteva tutte le altre. È una metafora della vita degli esseri umani: sono, siamo tutti connessi a una grande rete. Il concetto di comunità globale era già presente 2500 anni fa. Tutti gli esseri sono all’interno di una grande rete e ogni essere umano è una specie di perla che riflette la propria esperienza e l’esperienza degli altri.
Quindi questo è il motivo per cui, quando Paolo Andrizzi mi ha ho parlato di questo progetto, io subito ho subito accettato di farne parte, mi è venuto direttamente dal cuore. Poi con Paolo ci unisce il fatto di essere entrambi praticanti buddhisti quindi c’è un ulteriore livello di connessione ancora più profonda. Quindi il poter dare un apporto ad un progetto che ha questo valore per me non è certo una fatica!

Sei riuscito ad esprimere con pochissime parole il senso che, con questo nome “Connessioni”, volevamo dare al nostro lavoro. È una grossa sfida, ma sicuramente è una bella sfida!

Io ci credo molto! Se osserviamo a cosa sta succedendo oggi sul piano globale, con questa nuova coscienza ambientale, che sta nascendo, con tutto l’impegno dei movimenti ambientalisti, aldilà dei luoghi in cui ci si sente maggiormente rappresentati o in sintonia. L’elemento che più caratterizza ciò che sta succedendo oggi è quello del riemergere della consapevolezza di un destino globale. Oggi la crisi climatica ci sta mettendo di fronte all’obbligatorietà di creare connessioni altrimenti non ne veniamo fuori.

Ti confesso che non sono mai stato un fanatico della anti-globalizzazione dal punto di vista economico finanziario. Io trovo che lo sviluppo economico dell’Occidente, specie l’iper capitalismo, ha sicuramente avuto un impatto devastante, ad es. sul clima. Però occorre anche dire che ha consentito lo scambio, la creazione di uno sviluppo e di reali opportunità tecnologiche e di conoscenza altrimenti impensabili: Internet, i social network, ecc. Sono opportunità che sono nate all’interno di un mondo globale. Poi certamente la deriva che ha preso è sotto gli occhi di tutti.

Però io ho sempre visto all’interno di questa possibilità delle opportunità: di comunicazione di gruppo e di possibilità che fino a 30 anni fa erano impensabili. Lo sviluppo tecnologico di oggi consente con la tecnologia 5G ad un medico di operare dal San Raffaele alla Nuova Zelanda comandando un robottino. Tutto questo è frutto delle possibilità che lo sviluppo tecnologico ed economico ha portato con sé. Oggi più che mai per far fronte all’emergenza che stiamo vivendo le connessioni sono fondamentali, senza quelle non se ne riesce a venirne fuori. Per cui poter contribuire a qualsiasi genere di progetto che vada in questa direzione è motivo di vanto e anche il modo per sentire che stai dando il tuo piccolo contributo, soprattutto se questo progetto è fatto col cuore, da persone che lo fanno col cuore.
Per me fare da direttore responsabile di Connessioni è un dovere etico.

Stefano Davide Bettera