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La vera storia dell’Autismo

La vera storia dell’Autismo

Vi siete mai chiesti a qual è la vera storia dell’autismo? e a quando risale la prima diagnosi? Per scoprirlo dobbiamo fare un salto indietro nella storia.

Era, infatti, il 1924 quando un dodicenne fu condotto, per una valutazione psichiatrica, al sanatorio di Mosca. Il ragazzo presentava comportamenti particolari, atipici per la sua età: solitario e amante della lettura, con precoci capacità intellettuali, non dimostrava però alcun interesse nella socializzazione. Preferiva la compagnia degli adulti a quella dei coetanei e l’intrattenimento dei libri a quello dei giocattoli. Il giovane, molto magro e dalla postura ricurva, si muoveva in modo lento e goffo. Soffriva, inoltre, di disturbi da ansia e frequenti dolori allo stomaco.

Grunya Efimovna Sukhareva, al tempo impiegata nel dipartimento di psichiatria dell’Università di Mosca, analizzò il bambino con premura e attenzione, notando in lui un’elevata intelligenza e una peculiare predisposizione alle discussioni filosofiche.

Nella diagnosi riportò: “un tipo introverso, con un’autistica propensione a chiudersi in sé stesso”. L’aggettivo ‘autistico’, usato dalla talentuosa dottoressa era, all’epoca, di relativo nuovo impiego in campo psichiatrico. Coniato circa un decennio prima dallo psichiatra svizzero Eugen Bleuler, descriveva l’isolamento sociale e il distacco dalla realtà spesso rilevati in pazienti schizofrenici.

La prima diagnosi

Dopo l’osservazione di altri sei pazienti con tratti affini, la Dottoressa Sukhareva, nel 1925, pubblicò un articolo molto dettagliato in cui descrisse i tratti psicologici e comportamentali dei ragazzi che aveva avuto modo di visitare.

Tutti i pazienti da lei studiati presentavano una preferenza per il loro mondo interiore, e ognuno di loro mostrava peculiarità ed eccezionali talenti. Nessuno dei giovani aveva molti amici, e alcuni ritenevano che le interazioni con i coetanei fossero inutili.

La studiosa, in modo eccezionalmente intuitivo e notevolmente preveggente, descrisse quegli stessi criteri che poi sarebbero stati stilati nella quinta edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5), pubblicata ben ottantotto anni più tardi.

Il merito della formidabile scoperta è di Irina Manouilenko, la psichiatra che tradusse, nel 2013, gli scritti di Grunya Sukhareva, rilevando le somiglianze tra i criteri diagnostici odierni e gli scritti del 1925.

Cosa successe nel 1925?

Sfortunatamente, il sorprendente articolo del ’25 passò del tutto inosservato, finendo per smarrirsi tra le pieghe della storia. Il mondo dovette pertanto aspettare circa due decenni per sentir nuovamente parlare di autismo.

Nel 1943, infatti, gli studiosi austriaci Leo Kanner e Hans Asperger pubblicarono quelli che sono stati a lungo ritenuti i primi trattati clinici riguardanti l’autismo infantile. Gli studiosi si contendono, ancora oggi, il merito di aver individuato i disturbi che Grunya Sukhareva aveva già, da vent’anni, pionieristicamente rilevato.

I motivi per cui questo brillante lavoro è rimasto nascosto fino al 1996, 15 anni dopo la morte della sua autrice sono, ancora oggi, poco chiari. Ciò che si sa è che l’articolo del 1925 comparve in Germania l’anno seguente, ma con il cognome della studiosa erroneamente scritto come “Ssucharewa”.

Un’altra, più oscura, versione della storia sostiene che, considerato il limitato numero di giornali di psichiatria del tempo, è possibile che Asperger, lo psichiatra che ha poi dato il nome alla sindrome, entrò in contatto con l’articolo di Grunya Sukhareva in Germania, decidendo tuttavia di non citarlo nel suo lavoro.

Gli storici Edith Sheffer e Herwig Czech hanno infatti rilevato evidenze a supporto della cooperazione del Dottor Asperger con il partito nazista, motivo per il quale potrebbe aver scientemente deciso di non riconoscere meriti alla brillante psichiatra, le cui origini erano ebree.

Chi era davvero Hans Asperger?

Nel saggio “Hans Asperger National Socialism and “race hygiene” in Nazi-era Vienna“, pubblicato nel 2018, Herwig Czech, avendo avuto accesso a scritti personali, perizie e documenti inediti riguardanti le cartelle cliniche redatte dal pediatra, dimostra la collusione tra Asperger e nazismo.

L’agghiacciante scoperta ha portato alla luce il suo sostegno all’eugenetica nazista e il contributo, attraverso le diagnosi di autismo e disabilità, all’uccisione di bambini ‘devianti dall’ideale ariano’.

La denuncia, avallata dagli studi di Sheffer, conferma la partecipazione del dottore ai programmi di sterminio, e la sua responsabilità nell’invio di almeno quaranta bambini all’Am Spiegelgrund di Vienna, clinica di “eutanasia infantile” e parte del programma Aktion T4.

Sheffer rivela, inoltre, che sotto il regime Hitleriano la psichiatria diviene parte di un impianto di classificazione della popolazione tedesca e austriaca seguente criteri di adeguatezza “genetica”. È in questa cornice che prendono vita etichette diagnostiche come quella, coniata da Asperger, di “psicopatia autistica”.

Una fama meritata

Fortunatamente, nonostante la comunità scientifica internazionale si sia a lungo dimenticata di lei, Grunya Sukhareva è oggi considerata, in Russia, uno dei nomi più rilevanti nella psichiatria infantile.

La studiosa è celebre per aver pubblicato più di 150 articoli, sei monografie e diversi libri di testo su argomenti che spaziano dalla disabilità intellettuale, alla schizofrenia, al disturbo della personalità multipla. È ricordata, inoltre, come un’insegnante estremamente talentuosa e un mentore per i suoi studenti di dottorato.

I meriti della psichiatra non sono solo scientifici ma anche umani, interessatasi ai diritti dei minori, riuscì infatti a far prendere in carico dalle istituzioni mediche ed educative i bambini ‘difficili’ altrimenti destinati ai campi di lavoro governativi e condusse preziose ricerche sui disturbi post-traumatici infantili in Siberia.

Nei suoi scritti originali, inoltre, dipinge i pazienti come membri della sua famiglia, registrando con un orgoglio quasi materno i loro progressi fisici, sociali e psicologici, tenendo sempre conto delle loro doti e valorizzando le loro peculiarità.

È impressionante tutto quello che è riuscita a fare”, ricorda Manouilenko, “non aveva una famiglia sua, quindi ha dedicato la sua intera vita allo studio della scienza e all’insegnamento”.

Per approfondire il rapporto tra Hans Asperger e nazismo:

 

Chiara Surini